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Salvo Giordano

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Album:
Released: Jan 1, 2010
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General Info

  • Genre: Italian pop / Pop

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    Profile Views: 13632

    Last Login: 1/8/2013

    Member Since 11/15/2009

    Website www.gianlucafranco.com

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  • Bio

    Il pianoforte è uno strumento dell'intimità, uno strumento che per sua natura sta chiuso dentro ad una camera, uno strumento invernale mica da spiaggia come sua sorella chitarra.. Così mi rinchiusi, innamorato, avvolto da quattro mura, con lo sguardo solo oltre il balcone dove la terra e la luna vivono un continuato amplesso nell'argenteo buio. Da quel giocattolone pesco suoni e poi vi cucio sopra parole. L'ingenuo linguaggio dell'incredulità, dell'insolenza, dell'ironia e un canto poco saggio, vizioso chiude nell'incoscienza le palpebre. Ma tu amico uditore non perderti in un clamore che altro non è che silenzio. Spande una finta pace disamorata come i nostri destini, così ho provato ad essere folle per cercare di essere chiaro mentre dentro in me è lo stesso senso di giornate inadempite.. Allora è proprio in quel sopore, che eiacula dal pianoforte, la luce! In quella incoscienza di infante, d'animale, da ingenuo libertino è la purezza…. L'assidua ricerca della bellezza unica vera aria di rivoluzione. buon ascolto!.. Salvo Giordano .. I cd pubblicati:.. Disordine (2008).. Di vibrante protesta (2009).. Sulla mia strada (2010)
  • Members

  • Influences

    "Sulla mia strada" Hanno il terzo occhio i cantautori, «inconfondibile e speciale che non ti importa niente/ se non riuscirà a nuotare/l'importante è che abbia sulla guancia destra/ quella mia voglia di mare», perché sono quasi tutti marinai che continuano a portare capelli lunghi per ricordare a se stessi di essere solo di passaggio sulla terra ferma, quella che li paga per farsi allietare le serate ma che farebbe a meno della loro irregolarità, di quel "gelato" dal gusto inconfondibile come sa essere il loro dissenso. Perché non è mai vero che gli intellettuali scompaiono, nessuno avrebbe mai pensato che a spiegarci l'unità nazionale fosse Gaber che non si sentiva italiano «ma che per fortuna o purtroppo lo sono», che ci spiegasse la sordida bellezza dei bordelli De Andrè, quella infima che solo i soli, o i maschi virili ma impotenti cercavano in quella che diventava l'amore pagato, ma incantesimato di Buzzati di "Un amore". Ed è un cantautore Salvo Giordano, a cui non si può chiedere di scrivere belle canzoni. Perché le belle canzoni sono il rossetto di una bambola che si vuole toccare ma non sentire. Le canzoni belle, sono quelle che si scordano perché si ricordano troppo nei ritornelli, quelle che tirano la lingua come un amo da pesce ma non lasciano il punto interrogativo sul mare: quei pensieri che ti chiedono adesso il conto della viltà. Esistono le belle canzoni nella misura in cui sono brutte, scomode: quando sono suoni sferrati non all'udito ma allo stomaco, quando sono bocche sdentate come i rifiuti che Pasolini cercava tra le borgate, o a Sanaa uomini primitivi e autentici quindi sgradevoli. Esistono le belle voci quando le corde vocali sono funi che hanno portato in superficie la gromma dei pozzi, carrucole usate per abbeverare gli assetati di memoria, di senso civico; per questo le più belle voci sono quelle di Tom Waits, Leonard Coen, Vinicio Capossela, quelle che sembrano singulti da miniera, scaglie di roccia che si staccano: insenature di dolori e non ugole educate. Eppure la voce di Salvo Giordano non è solo inconfondibile come può essere un articolo di Flaiano, in realtà lui non canta, sono le sue parole a farlo parlare ad alta voce come il magnetofono che legge un romanzo o i brogliacci telefonici della cronaca italiana. Il disco prende il titolo dalla strada perchè è la strada che si è imbattuta su di lui, è la cronaca che gli ha fatto scrivere questi versi che sono poi la prosa di un'epoca che può essere quella di festini, delle "troppe troie da salotto usate come tangenti", "giornalisti servili e regimi televisive". Nel suo testo "Incubo reale", c'è l'Italia delle intercettazioni- sporcizia di stato, della donna portata ai politici dai nuovi ruffiani; la nazione svuotata nella carta costituzionale e infangata nella delazione, nella velina (intesa nella doppia accezione di donna immagine e carta passata sottobanco). Ma c'è anche quella che per la battuta di un allenatore di calcio innamorato di se stesso è "la prostituzione intellettuale", o il "tradimento dei chierici" per dirla alla Benda, (il pensatore caro a Leonardo Sciascia). Cos'è il telegiornale di Minzolini se non la scimmia addestrata dell'incubo di Giordano? Cos'è se non la fine del giornalismo, dell'intellettuale diventato servo- zerbino? E non è un caso che il suo incubo reale sia un esempio di ossimoro: la figura retorica che sintetizza la nazione, nient'altro che un'accozzaglia di sogni abortiti e traditi a partire dal più semplice come l'unificazione. E allora ragazzi di strada, sono più quelli di oggi che quelli degli anni '60, senza un loro maestro o poeta e senza l'oppio delle ideologie ma salvagente per non morire, con piccoli sogni questi si, comprati a rate come le parole che non dicono e le famiglie che s'estinguono. «Nelle stanze del mondo non li lasciano entrare» , non entrano i ragazzi di strada di Salvo Giordano, perché come dice in un bellissimo verso "dal viale dietro la curva sento voce di precari che manifestano in pace, ormai in ritardo con la vita". Se il ricordo conforta -echeggia la parola ricordo in questo diario dalle manchette rosse come il bicchiere di vino che è il cavallo verso l'oblio, il riposo- questi testi fanno "la ruggine al nostro cuore" nient'altro che un' estate d'amore dell'uomo, di noi. No, non sono "piccole storie", la sua "Piccola storia" ha la sensibilità di quella vecchia de "Il dilemma", il crollo di un edificio o meglio l'amore che fugge, scappa e quella vita monotona come quella che non da più sorprese: lo zucchero stanco di due amanti. Sarà per questo che non esiste metafora più bella per indicare il tramonto della storia quanto quella del matrimonio che si sgretola come in una pellicola d'Antonioni. Quando le canzoni non promettono nulla "Se non qualche storta sillaba…" dicono tutto, e potete cercare, cercare: ci troverete oltre al ricordo la necessità della pagina girata, vi accompagneranno in quella notte che tanto vi spaventa che rimane la "partita con l'angelo", l'incertezza. Le stelle cadenti di non "Non pettinare Stelle", sono come le bugie pesanti e "sorrisi spenti" mentre le note di Salvo Giordano i rebbi di un pettine leggero come l'avorio che accarezza i fili d'oro del mare aperto, le ciglia di una donna che scompare e noi con lei… E allora la musica si fa riposo: Accosto il volto a evanescenti labbri: si deforma il passato, si fa vecchio appartiene ad un altro….. .. Carmelo Caruso
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